Il gruppo Stellantis ha comunicato, poche ore prima dell’avvio dei turni, la chiusura totale dello stabilimento di San Nicola di Melfi per l’intera settimana dal 2 al 6 novembre 2026. La misura, che prevede lo stop di tutte le linee di montaggio per cinque giorni, arriva in un momento in cui l’azienda cercava di ristabilire la rotazione a due turni su settimane alterne.
Le organizzazioni sindacali denunciano l’annullamento improvviso
Le sigle Fim, Uilm e Fismic hanno reagito immediatamente, accusando la direzione di una gestione «fuori controllo» e di continui cambi di rotta. I sindacati puntano il dito contro la prassi di annunciare sospensioni produttive a ridosso dell’inizio dei turni, rendendo impossibile per gli operai organizzare vita familiare e salariale. Programmazione azzerata, chiedono, è sinonimo di insicurezza economica e di un crescente ricorso a cassa integrazione e ammortizzatori sociali.
Rivendicazioni concrete dei lavoratori
Le richieste dei rappresentanti includono regole più chiare per la pianificazione dei turni, garanzie salariali e l’attivazione di una clausola sociale capace di evitare licenziamenti collettivi in caso di ulteriori fermi. La protesta è alimentata dal timore di un nuovo ciclo di chiusure, già registrato negli ultimi cinque anni, che ha portato alla perdita di circa 6.000 posti di lavoro nel comprensorio melfitano.
L’effetto domino sull’indotto locale
La sospensione di Stellantis ha scatenato un’impennata di cassa integrazione a zero ore per centinaia di addetti di aziende logistiche, di componentistica e di servizi che operano nella zona industriale di San Nicola. Fornitori storici come ITS, Tiberina, Bcube e Snop si trovano ora con capannoni semivuoti e con contratti in scadenza. La strategia di internalizzazioni della casa madre, che prevede il riassorbimento di commesse esterne, peggiora ulteriormente la situazione dei partner locali.
Richieste a Regione Basilicata e al Governo
I sindacati hanno sollecitato l’apertura immediata di un tavolo di crisi di distretto, chiedendo a Regione Basilicata e al Governo di intervenire per evitare una cascata di licenziamenti. L’obiettivo è inserire nel tavolo una clausola sociale che tuteli i lavoratori qualora la sospensione dovesse protrarsi.
Problemi logistici e impatto su altri stabilimenti
Le difficoltà di approvvigionamento non sono limitate a Melfi. Anche lo stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti, ha dovuto interrompere parte della produzione a causa di blocchi stradali e della carenza di componenti quali centraline, lunotti e parti per l’insonorizzazione del vano motore. Le proteste dei trasportatori hanno rallentato l’arrivo dei materiali, replicando lo stesso meccanismo che ha colpito la fabbrica lucana.
Altri fermi in Italia
Nel frattempo, le unità di Cassino e di Mirafiori hanno anch’esse ricorso alla cassa integrazione per motivi analoghi, mentre il settore delle auto elettriche (Fiat 500) sta subendo una riduzione dei volumi per adeguare la produzione alla domanda reale.
Ritardi nella programmazione dei nuovi modelli
Il blocco di novembre ha riacceso il dibattito sulla sostenibilità dei piani di lancio di Stellantis. La nuova Lancia Gamma, prevista per la piattaforma futura, rischia ulteriori slittamenti se la produzione non tornerà stabile. Inoltre, l’intera gamma europea (Peugeot 208, Opel Corsa, Peugeot 408) subisce posticipi, come evidenziato dalle previsioni di Inovev, a causa di revisioni tecniche e di una revisione del piano industriale faSTLAne 2030.
La decisione di chiudere le linee di Melfi per cinque giorni rappresenta più di una semplice risposta a problemi di mercato: è il sintomo di una crisi strutturale che coinvolge lavoratori, fornitori e l’intero sistema produttivo italiano. L’intervento delle autorità regionali e nazionali sarà decisivo per contenere la cascata di licenziamenti e per garantire una ripresa sostenibile del distretto industriale.



