La Basilicata è al centro di una trasformazione energetica che sta sollevando molte domande. Con l’obiettivo di raggiungere 2,1 GW di potenza aggiuntiva da fonti rinnovabili entro il 2030, la regione si trova a dover bilanciare le esigenze nazionali con gli impatti locali. Recentemente, sono stati autorizzati due impianti di accumulo energetico tramite batterie (BESS) a Melfi e Picerno, segnando un passo significativo in questa direzione.
Gli impianti BESS: necessità e rischi
Gli impianti di accumulo energetico, come quelli recentemente autorizzati a Melfi e Picerno, sono fondamentali per la transizione verso un’energia più sostenibile. Tuttavia, la loro installazione non è priva di rischi. A Picerno, l’impianto prevede circa 150 container su un’area di 3 ettari, con una potenza di 150 MW. Questo tipo di struttura richiede misure rigorose di sicurezza per prevenire incidenti come incendi e fuoriuscite di sostanze chimiche.
Le batterie al litio, infatti, possono surriscaldarsi e liberare gas pericolosi come monossido di carbonio, acido cianidrico e acido fluoridrico. Inoltre, il rumore costante generato dai sistemi di condizionamento e dagli inverter può causare disturbo nelle aree circostanti. Nonostante queste preoccupazioni, le normative vigenti impongono fasce di rispetto acustico e antincendio per garantire la sicurezza.
La Basilicata come hub energetico
La Basilicata è stata individuata come una delle regioni strategiche per la transizione energetica nazionale grazie alla sua bassa densità di popolazione e alla ricchezza di risorse naturali. Con soli 500.000 abitanti e una densità di 53 abitanti per km², la regione offre ampi spazi per l’installazione di grandi parchi eolici e fotovoltaici. Tuttavia, questa trasformazione solleva interrogativi sulla sovranità del territorio e sulla gestione delle risorse locali.
L’energia prodotta in Basilicata è destinata principalmente alla rete di trasmissione nazionale gestita da Terna, per alimentare i grandi centri industriali e urbani del Nord Italia. Questo approccio trasforma la regione in un serbatoio di risorse per il resto del Paese, sollevando domande sulla distribuzione equa dei benefici energetici.
Speculazione e pianificazione strategica
Negli ultimi dieci anni, la corsa alle autorizzazioni per impianti energetici ha subito un’accelerazione, creando blocchi burocratici e distorsioni nel mercato. Molti operatori privati hanno richiesto connessioni e autorizzazioni massicce, spesso superiori alla reale capacità di assorbimento della rete elettrica locale. Questo ha favorito la speculazione, trasformando la transizione energetica in un mezzo per sottrarre suolo all’agricoltura.
La Regione ha cercato di rispondere a questi target nazionali attraverso le Zone di Accelerazione, individuando aree idonee come cave, miniere e discariche dismesse per l’installazione di sistemi di accumulo. Tuttavia, il rischio è quello di una saturazione che non tiene conto della realtà del territorio, con possibili impatti negativi sull’ambiente e sulle comunità locali.
La vita operativa stimata per un impianto industriale di accumulo a batterie come quello di Picerno è compresa tra i 10 e i 20 anni. Al termine di questo periodo, l’Autorizzazione Unica impone al proponente l’obbligo di smantellare completamente l’impianto e ripristinare lo stato originario dei luoghi. Vedremo come andrà a finire.



