Il progetto della tartufaia più grande d’Europa situata tra i comuni di Pisticci e Scanzano Jonico in Basilicata, è al centro di una controversia che ha attirato l’attenzione del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). L’Agenzia Lucana di Sviluppo e Innovazione in Agricoltura (ALSIA) ha ammesso, in una nota ufficiale del 14 settembre 2026, che il decreto presidenziale n. 96/2026 non ha alcuna efficacia abilitativa immediata, sollevando dubbi sulla legittimità del progetto.
L’Assessorato alle Politiche Agricole continua a promuovere il progetto come una realtà operativa e strategica per la filiera lucana, ma le recenti rivelazioni dell’ALSIA hanno messo in luce una serie di incongruenze e violazioni normative. Il WWF Costa Ionica Lucana e l’AMSCIL hanno denunciato la mancanza di trasparenza e la violazione delle direttive comunitarie Habitat.
Il decreto presidenziale n. 96/2026: un ‘involucro vuoto’
In una nota ufficiale del 14 settembre 2026, l’ALSIA ha dichiarato che il decreto presidenziale n. 96/2026 ha una natura meramente programmatico-ricognitiva e non autorizza alcuna operazione colturale, idraulica, forestale o di piantumazione. L’ente ha ammesso che qualsiasi intervento futuro sarà subordinato a progetti esecutivi di dettaglio e a una Valutazione di Incidenza Ambientale (V.Inc.A.) di II° Livello per ciascuna delle tre Zone Speciali di Conservazione (ZSC) coinvolte.
Questa ammissione contraddice le dichiarazioni precedenti dell’ALSIA, che nel ricorso promosso al TAR Basilicata il 24 luglio 2026 aveva difeso l’immediata operatività e legittimità del decreto. Oggi, dinanzi alle contestazioni ambientaliste, l’ALSIA è costretta a declassare il decreto a un mero foglio di carta privo di efficacia abilitativa reale.
L’indagine del Ministero dell’Ambiente
Il Ministero dell’Ambiente ha avviato un’indagine sulla violazione delle Direttive Comunitarie Habitat e sull’assenza di una V.Inc.A. preventiva. La nota dell’ALSIA costituisce anche un riscontro alla richiesta di chiarimenti della Regione Basilicata, scaturita dagli approfondimenti istruttori avviati dal MASE con nota prot. n. 169196 del 6 agosto 2026.
Le denunce documentate inoltrate da AMSCIL e dal WWF hanno travalicato i confini regionali, spingendo il Ministero ad aprire un fascicolo d’indagine. Le organizzazioni ambientaliste hanno sollevato dubbi sulla legittimità del progetto e sulla mancanza di trasparenza nelle informazioni ambientali.
Il diniego di accesso ambientale al WWF
L’ALSIA ha negato al WWF l’ostensione delle planimetrie e dei piani colturali, sostenendo che la pendenza del ricorso TAR promosso da AMSCIL riservi la questione in via esclusiva al Giudice Amministrativo. Questo diniego viola frontalmente il D.Lgs. 195/2005 e la Direttiva 2003/4/CE, che impongono la massima trasparenza sulle informazioni ambientali a chiunque ne faccia richiesta.
Il WWF ha denunciato questa violazione, sottolineando che la pendenza di giudizi promossi da terzi non può costituire motivo di segretazione. La mancanza di trasparenza ha sollevato ulteriori dubbi sulla legittimità del progetto e sulla gestione delle informazioni ambientali.
Il paradosso giuridico: privatizzazione abusiva del demanio pubblico
Il riscontro dell’ALSIA ha aperto una voragine di illegittimità sul piano della L.R. Basilicata n. 35/1995. Ai sensi degli artt. 8 e 10 della legge regionale, il riconoscimento di una ‘tartufaia controllata’ e la conseguente riserva di raccolta presuppongono la presentazione e l’approvazione di un Piano Colturale esecutivo ed efficace.
Se, come ammette oggi l’ALSIA, il decreto presidenziale n. 96/2026 è un atto ‘privo di efficacia autorizzativa immediata’ e i lavori colturali sono ‘di là da venire’, allora la tabellazione dell’area e la sottrazione di 143 ettari di bosco demaniale alla collettività sono del tutto prive di titolo abilitativo giuspubblicistico. Si configura così la paradossale privatizzazione di fatto di un bene comune demaniale in forza di un mero atto ‘programmatico’.
Mentre l’ALSIA al TAR definisce spregiativamente la ‘libera cerca’ dei cittadini come attività di ‘grave depauperamento biologico’, emerge un quadro di contraddizioni e violazioni normative che sollevano seri dubbi sulla legittimità e sulla sostenibilità del progetto.



