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Corrotti e intimidazioni a Potenza: la trama degli appalti

Una rete di potere si è rivelata a Potenza: i Lopiano, l’ex consigliere Quarantino e l’assessore Giuzio sarebbero al centro di estorsioni, appalti truccati e intimidazioni.

Corrotti e intimidazioni a Potenza: la trama degli appalti

Alle prime luci del 5 ottobre 2026 le forze dell’ordine di Potenza hanno eseguito un blitz che ha coinvolto diciannove persone in seguito a una maxi-inchiesta avviata dal Sostituto procuratore Vincenzo Montemurro. Gli imputati includono due membri della famiglia Lopiano, l’ex consigliere comunale Rocco Quarantino e l’attuale assessore alla viabilità Francesco Giuzio, tutti sospettati di <estorsione>corruzione e turbativa d’asta. L’operazione ha portato a due arresti domiciliari, 16 avvisi di garanzia e una misura di firma per Quarantino.

Le operazioni di Carabinieri e le prime misure cautelari

Il Comando provinciale di Potenza, sotto la direzione del colonnello Panebianco, ha effettuato quattordici perquisizioni, tra cui l’ufficio dell’assessore Giuzio. Antonio Lopiano (59) e suo figlio Luigi (35) sono stati posti agli arresti domiciliari, mentre a Quarantino è stato imposto l’obbligo di firma tre volte a settimana. Tra gli altri indagati figurano il dirigente comunale Vito Di Lascio e il funzionario ACTA Vincenzo Albano, dimostrando la portata trasversale della presunta rete criminale.

Il ruolo del Gip Antonello Amodeo

Il giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta di custodia cautelare per Giuzio, ma ha confermato l’ipotesi di reati legati a appalti e cassonetti. La decisione sottolinea la difficoltà nel bilanciare la presunzione di innocenza con la necessità di impedire ulteriori danni alle istituzioni locali.

La famiglia Lopiano: potere sul territorio e metodi di intimidazione

Secondo le indagini, Antonio Lopiano non si basava su una semplice violenza di strada, ma su una strategia di infiltrazione istituzionale. La sua influenza si estendeva dalla municipalizzata ACTA alle imprese subappaltatrici, consentendo di controllare sia i contratti pubblici sia le decisioni sindacali. Le intercettazioni hanno rivelato minacce esplicite, tra cui la frase: “Ti butto nel bidone della spazzatura e ti do fuoco”, pronunciata da Lopiano al direttore del cantiere del Trauma Center.

Episodi di violenza documentati

Le prove includono la distruzione del computer del direttore di cantiere Gianluca Manzi, un attacco fisico in un locale di via Mazzini e una serie di telefonate intimidatorie registrate nel dicembre 2024. Tali fatti mostrano come la forza intimidatoria dei Lopiano fosse concepita per costringere imprenditori e funzionari a cedere sotto minaccia di danni personali e professionali.

I filoni di corruzione: dal Trauma Center ai cassonetti per i vestiti usati

Il primo filone emerso riguarda il nuovo Trauma Center dell’ospedale San Carlo, un progetto da oltre 13 milioni di euro appaltato a “La Cascina Costruzioni”. Manzi, responsabile tecnico, è stato identificato come punto debole per il controllo del subappalto elettrico da due milioni di euro e delle pavimentazioni esterne, affidate all’impresa di Marco Cerverizzo. Le pressioni sui fornitori avrebbero incluso richieste di pagamenti illeciti e la promessa di lavori futuri in cambio di voti.

Il caso dei cassonetti per la raccolta di abiti usati

Un altro filo conduttore è la gestione dei cassonetti per il riciclo di indumenti. La denuncia di Paola Olivieri, che aveva vinto l’appalto, ha messo in luce come Antonio Lopiano, con il supporto di Quarantino, abbia riempito le strade di cassonetti di sua produzione, pagando al politico una cifra fissa per ogni unità installata. Questa operazione ha fornito alla famiglia Lopiano un flusso di denaro ricorrente e ha dimostrato la capacità di manipolare servizi pubblici per fini personali.

Le indagini hanno inoltre scoperto un ulteriore intreccio relativo a lavori di ristrutturazione di un appartamento comunale, assegnati alla ditta di Marco Cerverizzo, con Luigi Lopiano coinvolto nella ricerca di co-imprenditori. In cambio, la ditta avrebbe ricevuto miglioramenti strutturali nell’immobile, mentre l’assessore Giuzio avrebbe garantito la copertura burocratica, creando un vero e proprio comitato d’affari che univa politica, impresa e criminalità organizzata.

Nel complesso, la maxi-inchiesta di Potenza ha smascherato una rete capillare capace di esercitare un controllo quasi totale su appalti sanitari, servizi di rifiuti e decisioni amministrative, sfruttando minacce fisiche, pressioni economiche e legami politici. La vicenda, ancora in corso, rappresenta uno dei più grandi casi di corruzione e intimidazione nella storia recente della Basilicata.

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