Negli ultimi incontri pubblici a Matera la narrazione ufficiale ha esaltato il ruolo dell’ateneo lucano, con elogi alla capacità di «produrre valore» e affermazioni sul presunto «pieno impiego» dei laureati. Tuttavia, una lettura attenta dei parametri demografici e dei flussi studenteschi ridimensiona questo quadro: la maggioranza dei giovani lucani non sceglie l’Università della Basilicata, con effetti sulla qualità dell’attrattività e sulla funzione sociale dell’istituzione.
Questo articolo mette a confronto le affermazioni pubbliche con i numeri che contano davvero: tassi di fuga normalizzati sulla popolazione, quote relative di studenti regionali che rimangono iscritti e la dipendenza di bilancio da risorse esterne. Il fine non è negare ogni risultato ma ricostruire con chiarezza la fotografia reale del sistema universitario locale.
Il dato demografico: 78% di matricole lucane che non sceglie UniBas
Uno degli elementi più significativi è che il 78% dei diplomati lucani non si iscrive a UniBas. Questo dato mostra che l’ateneo trattiene solo il 22% della platea studentesca regionale, una porzione esigua che rende qualsiasi calcolo di successo occupazionale statisticamente fragile. Quando si valuta il tasso di inserimento lavorativo di un’università su un campione così limitato, diventa semplice ottenere percentuali apparentemente alte senza che ciò corrisponda a una massa critica di laureati attiva sul territorio.
Normalizzazione e confronto con altre regioni
Per analizzare meglio la dimensione del fenomeno è necessario normalizzare i flussi rispetto alla popolazione residente. In Basilicata l’indice di fuga, calcolato sul totale della popolazione regionale, raggiunge il 2,72% (14.600 ragazzi su circa 537.000 abitanti). Questo valore supera l’1,89% del Molise, l’1,19% della Calabria, l’1,02% della Puglia e lo 0,64% della Campania, mettendo la Basilicata in una posizione particolarmente critica in termini relativi.
Produzione scientifica, ranking e paradossi di impatto
Parallelamente alle celebrazioni per i posizionamenti nei ranking, è in corso un fenomeno diffuso di incremento quantitativo della produzione accademica. I meccanismi di valutazione nazionale e gli incentivi bibliometrici hanno spinto molti docenti a produrre un alto numero di pubblicazioni. Tuttavia, qui emerge una discrepanza: numeri elevati su carta non si traducono necessariamente in ricadute territoriali o innovazioni industriali.
In Basilicata si osserva una sorta di paradosso dell’eccellenzal’ateneo registra attività scientifica formale mentre il territorio continua a soffrire problemi pratici come inefficienze nella gestione delle risorse idriche e criticità legate al dissesto idrogeologico. Queste difficoltà non si risolvono con indici bibliometrici, ma richiedono capacità progettuali e indipendenza critica dell’istituzione accademica.
Legami finanziari e autonomia intellettuale
Una questione centrale riguarda la dipendenza finanziaria. L’ateneo beneficia da anni di risorse legate alle royalties petrolifere e, dal 2010una parte rilevante della spesa corrente viene coperta da questi introiti legati a ENI. Questo tipo di sostegno permanente può mettere in discussione la capacità dell’università di esercitare un ruolo terzo e rigoroso nella valutazione dei temi ambientali ed energetici: quando le risorse economiche provengono da chi sfrutta le risorse locali, si crea un potenziale conflitto tra autonomia scientifica e interessi economici.
La percezione pubblica di un universo accademico «dinamico» rischia così di trasformarsi in un carrozzone assistenzialecon strutture dispersive, molte sedi scarsamente frequentate e un rapporto docenti-studenti che giustifica costi elevati senza corrispondente impatto produttivo.
Finanze regionali e scelte di investimento
Di recente è stato annunciato un Piano Triennale regionale da 42 milioni di euro destinato all’ateneo. Pur trattandosi di risorse importanti, è legittimo chiedersi se questa somma rappresenti un investimento strategico o piuttosto il costo per sostenere una macchina che altrimenti non reggerebbe. Parte della spesa sembra rivolta alla gestione ordinaria di immobili e strutture, con un ritorno limitato in termini di attrattività studentesca e sviluppo economico locale.
Infine, la dissonanza tra l’enfasi sul «successo turistico» della regione e l’evidente emorragia demografica e studentesca impone una riflessione: un territorio che vede il 2,72% della sua popolazione muoversi in cerca di opportunità non può considerarsi del tutto attrattivo. Il tema non è bandire celebrazioni culturali o ricordare figure illustri, ma capire perché il 78% dei giovani lucani preferisca studiare altrove e come l’università possa riconquistare credibilità e funzione pubblica.



