Nicola Manfredelli se n’è andato lasciando dietro di sé un percorso fatto di progetti concreti, iniziative culturali e una tensione costante verso il riscatto delle aree rurali lucane. La sua figura, intrecciata con il Parco della Grancia, il Movimento 24 Agosto e la rete della Carta di Venosa, è stata ricordata da associazioni, amministrazioni locali e compagni di battaglia che ne hanno sottolineato il ruolo di animatore e promotore della ruralità.
Accanto ai riconoscimenti pubblici, è emerso anche il lato più controverso del suo rapporto con la politica locale: isolamento, ostruzionismo e silenzi istituzionali che ne hanno segnato alcune stagioni. Le esequie si sono svolte al convento di Sant’Antonio di Rivello il 2 giugno, data che per molti ha avuto un significato simbolico rispetto alla memoria collettiva.
Un percorso professionale e civile
Nel corso della sua vita Manfredelli ha alternato ruoli tecnici e impegni civici: agronomo di formazione, giornalista per passione, dirigente di organizzazioni come la Confederazione Italiana Coltivatori e direttore di progetti locali come il Gal Marmo Melandro. La sua esperienza è stata soprattutto orientata alla valorizzazione delle risorse locali e all’uso delle politiche comunitarie come leva di sviluppo, con particolare attenzione alle aree interne e alle pratiche di sviluppo rurale dal basso.
Iniziative culturali e comunitarie
Tra le realizzazioni più visibili c’è la riapertura e l’animazione del Parco della Grancia, dove prese forma la rappresentazione della Storia Bandita, esempio di come cultura e territorio possano dialogare per costruire identità collettive. Le Ruraliadi, promosse nel 2014, sono un altro esempio: giochi popolari e competizioni che hanno ridato fiato all’orgoglio territoriale di Piccoli comuni, mettendo in scena tradizioni e pratiche locali in chiave partecipativa.
Un attivismo spesso in solitudine
Chi lo ha conosciuto racconta di un uomo caparbio, capace di creare reti ma spesso costretto a procedere controcorrente. Manfredelli è stato definito più volte un combattente meridionalista, impegnato in battaglie per l’equità territoriale e contrario a logiche politiche autoreferenziali. Questo approccio gli ha guadagnato stima in alcuni ambienti e diffidenza o ostilità in altri, con episodi di emarginazione che ne hanno marcato il percorso.
Rapporti con la politica e la società
Il silenzio di parte della classe politica locale alla sua scomparsa ha suscitato interrogativi: molti esponenti che abitualmente rivolgono parole di cordoglio a figure anche meno note non hanno pronunciato commenti su Manfredelli. Per i suoi sostenitori questo atteggiamento evidenzia una contraddizione tra la retorica pubblica e la capacità di riconoscere chi prova a costruire alternative dal territorio.
L’eredità lasciata alla Basilicata
Al di là delle polemiche, la scomparsa di Manfredelli lascia un patrimonio di idee e progetti concreti: dalla promozione delle produzioni di fattoria al lavoro sui Gal, passando per l’impegno nella Carta di Venosa e la creazione di reti associative. Il suo inno alla ruralità, “Fiore di Lucania“, è diventato un simbolo popolare, sintesi di un rapporto affettivo con la terra e di una volontà di trasmettere valori collettivi.
Le associazioni e diversi amministratori locali hanno ricordato la sua capacità di coinvolgere comunità e istituzioni nel nome della promozione territoriale. Allo stesso tempo, la memoria di Manfredelli è un richiamo affinché le politiche locali sappiano riconoscere e sostenere chi lavora per la coesione sociale e lo sviluppo delle aree interne, evitando che progetti e testimonianze siano cancellati dalla routine amministrativa.
In conclusione, la vicenda di Nicola Manfredelli è la storia di un protagonista che ha oscillato tra riconoscimenti pubblici e silenzi imbarazzanti: rimane l’invito a riflettere su come le comunità scelgano di custodire la memoria dei propri artefici e su quali esempi intendano tramandare alle nuove generazioni.



