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Politici italiani ribadiscono la domanda di verità dopo la condanna per il caso Regeni

La sentenza che ha condannato tre responsabili egiziani per la morte di Giulio Regeni scatena una serie di dichiarazioni politiche che puntano a non chiudere il caso, ma a insistere su verità, responsabilità e risarcimento.

Politici italiani ribadiscono la domanda di verità dopo la condanna per il caso Regeni

Il tribunale di Roma ha emesso una sentenza che prevede dieci anni di reclusione per tre dei quattro agenti egiziani coinvolti nella scomparsa e nell’uccisione di Giulio Regeni. Il provvedimento ha riacceso il dibattito politico in Italia, facendo emergere un fronte critico che vuole trasformare la decisione giudiziaria in un vero e proprio richiamo diplomatico al governo del Cairo.

Le parole del centrosinistra a Roma

Debora Serracchiani, responsabile nazionale Giustizia del Partito Democratico, ha definito la sentenza “un segno di grande civiltà giuridica per l’Italia”, sottolineando la tenacia della magistratura italiana che è riuscita a portare in aula gli imputati nonostante le pressioni politiche. Tenacia e autonomia sono state, a suo dire, le chiavi del successo.

Il deputato Nicola Fratoianni, leader di Avanti!, ha ricordato i dieci anni di depistaggi da parte delle autorità egiziane e ha chiesto al ministro degli Esteri Antonio Tajani di tornare a Il Cairo per “far consegnare i responsabili del sequestro” e di non permettere che il “muro di gomma” egiziano continui a ostacolare la giustizia italiana. Fratoianni ha inoltre affermato che il regime di Al-Sisi non può più essere trattato come un alleato senza condizioni.

Le richieste dei consiglieri regionali

Nel Consiglio regionale, il gruppo Pd ha definito la sentenza “storica”, lodando la famiglia Regeni per la loro perseveranza. I dem hanno evidenziato che, nonostante i depistaggi e la mancanza di collaborazione egiziana, la magistratura ha svolto il suo dovere, ma hanno avvertito che la decisione non può essere considerata il punto finale del percorso.

Furio Honsell (Open Sinistra FVG) ha sottolineato che la decisione, pur parziale, risponde al bisogno di verità e giustizia, e ha chiesto al governo italiano di adottare misure “di censura” economiche nei confronti dell’Egitto, finora poco incisive. La consigliera rossoverda Rosaria Capozzi (Movimento 5 Stelle) ha ricordato la natura statale delle responsabilità egiziane e ha invitato a mantenere vivo il ricordo di Giulio, della sua curiosità e della sua sete di conoscenza.

Serena Pellegrino, del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra, ha definito il giudizio “una vittoria contro il muro di impunità”, rimarcando che le condanne smantellano le ipocrisie diplomatiche che hanno sempre scambiato i diritti umani con accordi commerciali, vendita di armi e patti migratori con il governo di Al-Sisi.

Il punto di vista del ministro degli Esteri, Antonio Tajani

Il giorno successivo alla sentenza, Antonio Tajani ha cercato di contenere le polemiche definendo la sua dichiarazione “una semplice fotografia della sentenza”. Ha spiegato che la corte ha condannato tre persone, non tutto lo Stato egiziano, e ha affermato che il provvedimento non è sufficiente per scoprire la verità completa sul caso Regeni.

Tajani ha assicurato che il governo non ha mai smesso di insistere con le autorità del Cairo per ottenere il pieno chiarimento e i risarcimenti dovuti, citando una provvisionale già esecutiva di 500 mila euro. Tuttavia, ha evitato di specificare se durante il recente incontro a Il Cairo abbia fornito garanzie ad Al-Sisi, ricordando che il viaggio aveva lo scopo di rafforzare i rapporti bilaterali.

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, presente nello stesso viaggio diplomatico, ha risposto alle domande sul caso Regeni limitandosi a ricordare le proprie competenze, chiedendo di non affrontare argomenti scomodi e lasciando intendere una certa distanza dalle questioni di diritto internazionale.

Le dichiarazioni raccolte dipingono un quadro in cui la politica di centrosinistra chiede al governo di tradurre la sentenza in misure concrete richiedere al Cairo la consegna dei responsabili, mantenere pressione diplomatica e valutare eventuali sanzioni economiche. Al tempo stesso, il ministro Tajani tenta di bilanciare il ruolo diplomatico con la necessità di non chiudere il caso, definendolo “solo il primo passo”.

La pressione sulla diplomazia italiana affinché continui a perseguire verità, responsabilità e risarcimento rimane alta, con la speranza che il “muro di gomma” egiziano possa finalmente crollare.

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