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Ucraina e riarmo: l’Europa cerca una via d’uscita

L'Europa si trova a un bivio tra riarmo e diplomazia. Scopri le implicazioni geopolitiche e le sfide economiche.

Ucraina e riarmo: l’Europa cerca una via d’uscita

L’Europa si trova di fronte a una delle sfide più complesse del secolo: la guerra in Ucraina e le sue ripercussioni globali. Mentre i principali partiti politici italiani concordano sulla necessità di sostenere l’Ucraina, emerge un dibattito più ampio sulla deterrenza, il diritto internazionale e le conseguenze economiche del riarmo.

In un contesto in cui la deterrenza è vista come strumento di prevenzione, è fondamentale considerare le implicazioni di lungo periodo. Le guerre, infatti, lasciano dietro di sé non solo vittime e distruzioni, ma anche fratture geopolitiche ed economiche che possono durare generazioni.

Il diritto internazionale e la perdita di credibilità dell’Occidente

La Carta delle Nazioni Unite vieta agli Stati la minaccia e l’uso della forza, salvo il diritto di legittima difesa in caso di attacco armato e gli interventi autorizzati dal Consiglio di sicurezza. Tuttavia, l’Occidente ha progressivamente consumato una parte rilevante della propria autorità morale.

I governi europei, divenuti parte attiva del conflitto russo-ucraino, hanno ridotto lo spazio per una funzione autonoma di mediazione. Questo li ha resi parte in causa, rendendo difficile porsi come forza di mediazione e di interposizione. Il rischio di un confronto diretto tra potenze nucleari dovrebbe imporre come priorità la costruzione di una soluzione politica.

La perdita di credibilità emerge anche di fronte alla distruzione di Gaza, alle gravissime violazioni del diritto umanitario denunciate dagli organismi internazionali e alle accuse di genocidio portate davanti alla Corte internazionale di giustizia. Questa credibilità è stata ulteriormente messa in discussione dalle reazioni esitanti all’intervento militare statunitense contro l’Iran e alla cattura di Nicolás Maduro compiuta dalle forze statunitensi in territorio venezuelano.

La deterrenza e le sue implicazioni economiche

La deterrenza può contribuire a prevenire un’aggressione, ma non può diventare un argomento autosufficiente in un mondo che già possiede arsenali nucleari capaci di provocare una distruzione totale del Pianeta. L’accumulazione continua di armamenti può produrre il risultato opposto: aumentare la percezione della minaccia, alimentare una corsa reciproca al riarmo e moltiplicare le occasioni di errore o di escalation.

La spesa per la difesa può generare domanda, occupazione, innovazione e ricadute tecnologiche, soprattutto quando alimenta una filiera produttiva nazionale. Tuttavia, il suo moltiplicatore dipende da vari fattori, tra cui la quota di importazioni, la capacità produttiva interna, le modalità di finanziamento e le attività civili che vengono sacrificate. È sempre inferiore a 1, il che significa maggior debito e disavanzo.

Le guerre modificano i rapporti di forza tra le potenze. La geografia del potere economico mondiale sta cambiando rapidamente: l’Occidente perde quote relative di produzione e popolazione, e l’Europa arretra più velocemente degli Stati Uniti. Gli interessi statunitensi ed europei non coincidono, e politiche industriali, incentivi, prezzi dell’energia, sanzioni e controllo delle tecnologie possono trasferire verso gli Stati Uniti investimenti, imprese e capacità produttive europee.

Le sfide geopolitiche e le alternative

Vi è molta presunzione nell’idea che l’assetto attuale possa essere conservato indefinitamente facendo leva sul dollaro, sul controllo dei sistemi di pagamento e sulla capacità di escludere singoli Paesi dai circuiti finanziari internazionali. L’uso ripetuto di questi strumenti spinge gli Stati che ne temono l’applicazione a diversificare riserve, valute di regolamento, sistemi di pagamento e relazioni commerciali.

La quota di PIL mondiale dei BRICS è ormai intorno al 40%, testimoniando l’enorme capacità produttiva raggiunta. Una considerazione analoga riguarda le sanzioni contro la Russia. Esse hanno imposto costi economici, finanziari e tecnologici rilevanti, ma non hanno determinato il rapido collasso dell’economia russa previsto da numerosi commentatori.

Mosca ha riorientato una parte degli scambi, sviluppato forme di sostituzione delle importazioni e rafforzato i rapporti con Cina, India e altri Paesi. Parallelamente, l’Europa ha sostenuto costi energetici e industriali elevati. Le sanzioni non sono

Qualunque sia il loro esito militare, i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente rischiano di lasciare un’Europa più debole, più indebitata, più dipendente e meno centrale. Rendono ancora più urgente la costruzione di un sistema economico europeo dotato di più punti di produzione, scambio, ricerca, approvvigionamento energetico e benessere. Redistribuire centralità non costituisce soltanto una politica di coesione interna: significa aumentare la resilienza dell’intero sistema, riducendo la dipendenza da pochi centri, poche rotte e pochi fornitori.

Non è dalle guerre che dipende il nostro futuro, ma dalla nostra intelligenza nel maturare una visione e dalla nostra capacità di rimboccarci le maniche. Se tutto questo è vero e condivisibile, non può che esserci la diplomazia per il disarmo e la fine delle guerre, e quindi no sia all’acquisto di armi sia al loro invio in Ucraina.

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