La regione Lucania sta vivendo una crisi agricola senza precedenti. Gli aumenti incontrollati dei prezzi del carburante, dell’energia elettrica e dei fertilizzanti, aggravati dalle tensioni geopolitiche internazionali, hanno spinto molti agricoltori a chiedersi se valga ancora la pena di seminare. Le testimonianze raccolte da produttori locali descrivono un ciclo di costi in crescita e ricavi in diminuzione che rischia di compromettere la continuità del settore.
Il presidente della Copagri Basilicata Nicola Minichino, ha ricordato in più occasioni che la situazione sta raggiungendo livelli simili a quelli degli anni ’90, quando i prezzi di mercato erano drasticamente inferiori ai costi di produzione. In un appello datato 24 settembre 2026 indirizzato al presidente della Regione, Vito Bardi, e all’assessore all’agricoltura, Carmine Cicala, Minichso ha evidenziato che, oltre alla pressione sui costi, i prezzi di prodotti chiave come grano duro, leguminose e ortofrutta sono scesi di oltre il 50 % rispetto al valore di mercato, con pomodori e uva a meno di 40 cent/kg.
Le cause strutturali della crisi e i dati più allarmanti
Il rialzo dei costi di carburante e energia ha avuto una ripercussione a catena su tutti gli input agricoli. I fertilizzanti, indispensabili per la produttività, hanno visto i loro prezzi raddoppiare, mentre il gasolio agricolo è diventato un peso insostenibile per le imprese. Parallelamente, le quotazioni di prodotti tradizionali, come il grano duro, hanno registrato un calo di oltre il 50 %, mettendo a rischio la redditività delle coltivazioni più importanti della Basilicata.
Effetti sui settori secondari: zootecnia e olivicoltura
Non solo coltivazioni vegetali: anche il comparto zootecnico sente il peso della crisi. Il blocco delle importazioni di carne bovina dal Brasile non ha generato l’effetto di rialzo atteso sui prezzi locali, lasciando gli allevatori senza alcun margine di guadagno. L’olio d’oliva, prodotto di eccellenza della regione, registra prezzi inferiori fino al 70 % rispetto ai costi di produzione, rendendo l’intera filiera poco competitiva.
Le richieste della Copagri: un tavolo permanente e misure immediate
Per fronteggiare l’emergenza, Minichino ha avanzato una serie di soluzioni pratiche. La proposta principale è l’istituzione di un Tavolo di crisi permanente uno strumento di monitoraggio continuo dei costi, dei mercati e delle dinamiche produttive, destinato a supportare le decisioni della Giunta regionale. Il tavolo dovrebbe operare con dati già in possesso della Regione, evitando nuove procedure burocratiche.
Tra le misure concrete richieste troviamo un contributo forfettario sul gasolio agricolo prelevato dalle imprese, nonché la riduzione delle quote di pagamento ai Consorzi di Bonifica. Inoltre, Minichino ha sollecitato l’attivazione immediata delle risorse previste dal Complemento di Sviluppo rurale (CSR) per le situazioni di emergenza, con l’obiettivo di immettere liquidità nei bilanci degli agricoltori senza ulteriori oneri amministrativi.
Il presidente della Copagri ha sottolineato che le iniziative già avviate a livello nazionale e regionale, come crediti d’imposta e assegnazioni di fondi, non bastano a far fronte a rincari “straordinari”. L’iniezione di capitale deve avvenire subito, sfruttando le banche dati regionali, per tagliare i costi fissi e garantire la continuità produttiva della regione.
Prospettive e prossime mosse politiche
Il dialogo tra la Copagri, la Giunta guidata da Vito Bardi e l’assessore Cicala è attualmente in fase avanzata. Minichino ha espresso la sua disponibilità a collaborare attivamente, monitorando le deliberazioni del Tavolo Verde e verificandone la rapidità d’attuazione. La pressione politica è palpabile: se non verranno adottate misure decisive entro le prossime settimane, il settore rischia di subire un “collasso produttivo”, con conseguenze sulla sovranità alimentare della regione e sull’intero panorama agroalimentare italiano.
La risposta proposta dalla Copagri – un tavolo permanente e un pacchetto di interventi rapidi – rappresenta l’unica via per evitare che le aziende agricole siano costrette all’abbandono delle attività e per preservare il ruolo della Basilicata come “Primario” del Paese.



